Featured Posts

Cari Democratici

Cari democratici.
Confido che questo messaggio vi trovi destinatari, giacché il senso profondo del nuovo partito che noi tutti – nativi e immigrati per cause anagrafiche da altri lidi –  abbiamo fondato è il dialogo fra diversi per creare una cultura politica dei progressisti del XXI secolo.
Scriveva, mi sembra di ricordare, McLuhan, “sarò moderno sulle ossa di mia madre”, che è poi la declinazione contemporanea della condizione, ben più antica, di essere nani sulle spalle di giganti. Banalmente, vuol dire capire, conoscere, non rimuovere tradizioni culturali e declinarle con nuovi contenuti e parole. L’opposto di un romanticismo nostalgico cui fate riferimento nelle parole “compagne e compagni” pronunciate da Gifuni. Del resto nel dirci “democratici” accettiamo di richiamarci alla più antica e longeva cultura politica dell’Occidente, che pur non essendoci coeva rinasciamo appartenerci. Forse considererete poco interessante la pur ovvia constatazione che la Costituzione Repubblicana in base alla quale possiamo dirci e abbiamo la possibilità di essere democratici, è stata scritta anche da persone che si chiamavano fra loro ordinariamente “compagni”: sono nato un paio di generazioni dopo di loro e vengo da un’altra tradizione culturale, ma a pensarci provo sempre emozione e rispetto.
Ma veniamo alla parola “democratici” che abbiamo scelto come aggettiva “sostantivante”  del nostro partito. Sarebbe già un vasto programma  riflettere e determinarne i contenuti; quel famoso lavoro sull’identità  di cui andavamo chiedendo un serio abbrivio in fase congressuale. E, contemporaneamente, provare a praticarlo davvero. Voi dite “plurale, democratica e riformista” una tradizione che pretendete tutta “nuova”, mescolando lemmi che chiedono aggettivazioni per non essere confusi con tradizioni del passato (“riformista”), con altri che attengono alla tecnica della politica (“plurale”) e, infine, il più importante di tutti, quello che date per scontato (“democratica”). Io penso sempre più alla democrazia non come tecnica ma come etica pubblica del vivere comune, anche in comunità specifiche come i partiti politici, ma occorrono premesse culturali che – per dirla con Zagrebelsky – richiedono “sacrifici, rinunce e dedizioni personali, in vista di qualcosa di comune, al di là del raggio degli interessi personali”. Forse Gifuni, quando parlava di morte incipiente della cultura, si riferiva anche allo smarrimento di queste premesse culturali. Peccato non abbiate ricevuto il messaggio perché riguarda tutti noi, nativi e immigrati, tutti in cerca di un altro comune paese.
La retorica del “nuovismo può essere insopportabile tanto quanto quella del “buon tempo andato” e soprattutto altrettanto vuota di contenuti. Dunque, coraggio! Anziché inalberarsi sui nomi, andiamo al cuore dei significati, come Adso ne “Il nome della rosa”: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”.
Simone Siliani

Cari democratici.

Confido che questo messaggio vi trovi destinatari, giacché il senso profondo del nuovo partito che noi tutti – nativi e immigrati per cause anagrafiche da altri lidi –  abbiamo fondato è il dialogo fra diversi per creare una cultura politica dei progressisti del XXI secolo.

Scriveva, mi sembra di ricordare, McLuhan, “sarò moderno sulle ossa di mia madre”, che è poi la declinazione contemporanea della condizione, ben più antica, di essere nani sulle spalle di giganti. Banalmente, vuol dire capire, conoscere, non rimuovere tradizioni culturali e declinarle con nuovi contenuti e parole. L’opposto di un romanticismo nostalgico cui fate riferimento nelle parole “compagne e compagni” pronunciate da Gifuni. Del resto nel dirci “democratici” accettiamo di richiamarci alla più antica e longeva cultura politica dell’Occidente, che pur non essendoci coeva rinasciamo appartenerci. Forse considererete poco interessante la pur ovvia constatazione che la Costituzione Repubblicana in base alla quale possiamo dirci e abbiamo la possibilità di essere democratici, è stata scritta anche da persone che si chiamavano fra loro ordinariamente “compagni”: sono nato un paio di generazioni dopo di loro e vengo da un’altra tradizione culturale, ma a pensarci provo sempre emozione e rispetto.

Ma veniamo alla parola “democratici” che abbiamo scelto come aggettiva “sostantivante”  del nostro partito. Sarebbe già un vasto programma  riflettere e determinarne i contenuti; quel famoso lavoro sull’identità  di cui andavamo chiedendo un serio abbrivio in fase congressuale. E, contemporaneamente, provare a praticarlo davvero. Voi dite “plurale, democratica e riformista” una tradizione che pretendete tutta “nuova”, mescolando lemmi che chiedono aggettivazioni per non essere confusi con tradizioni del passato (“riformista”), con altri che attengono alla tecnica della politica (“plurale”) e, infine, il più importante di tutti, quello che date per scontato (“democratica”). Io penso sempre più alla democrazia non come tecnica ma come etica pubblica del vivere comune, anche in comunità specifiche come i partiti politici, ma occorrono premesse culturali che – per dirla con Zagrebelsky – richiedono “sacrifici, rinunce e dedizioni personali, in vista di qualcosa di comune, al di là del raggio degli interessi personali”. Forse Gifuni, quando parlava di morte incipiente della cultura, si riferiva anche allo smarrimento di queste premesse culturali. Peccato non abbiate ricevuto il messaggio perché riguarda tutti noi, nativi e immigrati, tutti in cerca di un altro comune paese.

La retorica del “nuovismo può essere insopportabile tanto quanto quella del “buon tempo andato” e soprattutto altrettanto vuota di contenuti. Dunque, coraggio! Anziché inalberarsi sui nomi, andiamo al cuore dei significati, come Adso ne “Il nome della rosa”: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”.

Simone Siliani

Dall’Unità di oggi

Sono un tifoso abbastanza moderato ma di lunga data della Fiorentina. Ma non esito a definirmi un ultrà dei diritti umani. Non ho difficoltà a dire che provo imbarazzo per l’arrivo di Mihajlovic sulla panchina viola e in una partita fra la squadra del cuore e la coerenza dei diritti umani, mi schiero per questa seconda. Sinisa è un vetero nazionalista slavo che ha sostenuto i peggiori criminali di guerra, autori e responsabili della pulizia etnica contro Bosniaci e Croati durante la tragedia jugoslavia della metà degli anni ’90, in particolare di Željko Ražnatović in arte Arkan la “tigre dei Balcani” cui dedicò nel 2000 un accorato necrologio. Quando con la squadra Stella Rossa di Belgrado vinse la coppa intercontinentale, di ritorno trovarono sotto la scaletta dell’aereo Arkan che portò loro una manciata di terra di Slavonia appena presa ai croati e disse: Voi portate la coppa io la terra”. Sì dirà che bisogna saper distinguere fra il calcio e le convinzioni politiche: ma se è proprio Sinisa e Arkan a tenere  insieme le due cose! “Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego.”, così dichiarava Sinisa nel 2009.  Tanto per rinfrescare la nostra troppo corta memoria nell’aprile 1992 le unità “Tigre” di cui Arkan è comandate uccidono oltre 400 persone a Bijeljina, nel maggio a Brcko 600 persone negli insediamenti bosniaco-musulmani di Kolobara, Mujkici e Merajele e mettono in piedi il campo di concentramento “Luka-Brcko” per Bosniaci musulmani e Croati; sempre nel maggio 1992 massacrarono a Prijedor e nei vicini paesi Hambarine, Kozarac, Tokovi, Rakovcani, Cele e Rizvanovici più di 20.000 persone; nel giugno eseguirono una pulizia etnica a Sanski Most, massacrando nel vicino paese di Krasulja 700 persone (la fossa comune fu aperta nel 1997) e altre 180 persone, in primo luogo donne e bambini (anche questa fossa comune è stata scoperta nel 1997); tra il febbraio ed il marzo del 1993 Arkan e le sue truppe parteciparono al massacro di Cerska, in cui morirono 700 persone. A Visegrad le truppe di Arkan parteciparono ai crimini contro i musulmani. Infine, per coronare questa operosa e gloriosa epopea, Arkan e le sue truppe aiutarono Ratko Mladic ad eseguire le esecuzioni di massa a Srebrenica. E’ sufficiente? Sinisa è consapevole di tutto ciò quando dichiara “So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta». Dunque, dovremmo noi difendere Mussolini, Sinisa?
Io non credo che si possano scindere nell’individuo le diverse passioni: siamo un unicum, sommatoria non algebrica di tante pulsioni e convinzioni che alla fine ci fanno essere quello che siamo. Per quanto mi riguarda credo non possano esservi dubbi circa una ideale classifica di priorità che veda i diritti umani venire molte posizioni prima delle preferenze calcistiche. Per questo dichiaro un personale, insindacabile per quanto magari minoritario, sciopero del tifo.
Simone Siliani

Sono un tifoso abbastanza moderato ma di lunga data della Fiorentina. Ma non esito a definirmi un ultrà dei diritti umani. Non ho difficoltà a dire che provo imbarazzo per l’arrivo di Mihajlovic sulla panchina viola e in una partita fra la squadra del cuore e la coerenza dei diritti umani, mi schiero per questa seconda. Sinisa è un vetero nazionalista slavo che ha sostenuto i peggiori criminali di guerra, autori e responsabili della pulizia etnica contro Bosniaci e Croati durante la tragedia jugoslavia della metà degli anni ’90, in particolare di Željko Ražnatović in arte Arkan la “tigre dei Balcani” cui dedicò nel 2000 un accorato necrologio. Quando con la squadra Stella Rossa di Belgrado vinse la coppa intercontinentale, di ritorno trovarono sotto la scaletta dell’aereo Arkan che portò loro una manciata di terra di Slavonia appena presa ai croati e disse: Voi portate la coppa io la terra”. Sì dirà che bisogna saper distinguere fra il calcio e le convinzioni politiche: ma se è proprio Sinisa e Arkan a tenere  insieme le due cose! “Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego.”, così dichiarava Sinisa nel 2009.  Tanto per rinfrescare la nostra troppo corta memoria nell’aprile 1992 le unità “Tigre” di cui Arkan è comandate uccidono oltre 400 persone a Bijeljina, nel maggio a Brcko 600 persone negli insediamenti bosniaco-musulmani di Kolobara, Mujkici e Merajele e mettono in piedi il campo di concentramento “Luka-Brcko” per Bosniaci musulmani e Croati; sempre nel maggio 1992 massacrarono a Prijedor e nei vicini paesi Hambarine, Kozarac, Tokovi, Rakovcani, Cele e Rizvanovici più di 20.000 persone; nel giugno eseguirono una pulizia etnica a Sanski Most, massacrando nel vicino paese di Krasulja 700 persone (la fossa comune fu aperta nel 1997) e altre 180 persone, in primo luogo donne e bambini (anche questa fossa comune è stata scoperta nel 1997); tra il febbraio ed il marzo del 1993 Arkan e le sue truppe parteciparono al massacro di Cerska, in cui morirono 700 persone. A Visegrad le truppe di Arkan parteciparono ai crimini contro i musulmani. Infine, per coronare questa operosa e gloriosa epopea, Arkan e le sue truppe aiutarono Ratko Mladic ad eseguire le esecuzioni di massa a Srebrenica. E’ sufficiente? Sinisa è consapevole di tutto ciò quando dichiara “So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta». Dunque, dovremmo noi difendere Mussolini, Sinisa?

Io non credo che si possano scindere nell’individuo le diverse passioni: siamo un unicum, sommatoria non algebrica di tante pulsioni e convinzioni che alla fine ci fanno essere quello che siamo. Per quanto mi riguarda credo non possano esservi dubbi circa una ideale classifica di priorità che veda i diritti umani venire molte posizioni prima delle preferenze calcistiche. Per questo dichiaro un personale, insindacabile per quanto magari minoritario, sciopero del tifo.

Simone Siliani

CAPIRSI

CAPIRSI fra 17 aziende delle Colline Fiorentine: un progetto di sviluppo della Responsabilità  Sociale d’Impresa sostenuto da i Comuni di Scandicci e Bagno a Ripoli, la Regione Toscana, La Camera di Commercio e le associazioni di categoria. Mentre va in scena l’irresponsabilità di governi, banche e imprese che fanno precipitare la crisi economica, sociale e ambientale globale, in questo territorio si lavora per fare della Responsabilità d’Impresa una risposta con-vincente per comunità e aziende. Il progetto è parte di uno dei due movimenti che si fronteggiano sullo scenario internazionale: quello che ritiene che green economy e responsabilità siano elementi di competitività delle imprese e del sistema e quello che continua a praticare la esternalizzazione dei costi della mancata responsabilità nell’ambiente circostante. Ma questa seconda linea è illusoria come dimostra, ad esempio, la vicenda dell’Eni che per chiudere un caso di corruzione che la vede coinvolta a Bonny Island in Nigeria ha stanziato 250 milioni di € facendo scendere l’utile 2009 della società del 15,7% rispetto al 2008. Ancora peggio potrà andare se avranno esito le indagini per corruzione e violazione delle normative ambientali in Kazakhstan e Nigeria, come evidenziano le associazioni che svolgono attività di Azionariato Critico nei riguardi di questa impresa. L’irresponsabilità non conviene economicamente. Ma la responsabilità costa; è un investimento: conviene, si chiedono a CAPIRSI? Questo dipenderà molto dalla politica, anche da quella locale. Con politiche dirette, ad esempio evitando gare pubbliche al massimo ribasso dove conta solo il prezzo e privilegiando quelle ad offerta economicamente più vantaggiosa stabilendo le azioni di responsabilità d’impresa fra le caratteristiche premianti. Qui si misura la distanza fra la retorica della sostenibilità e l’impegno concreto: è questione di CAPIRSI.

Firenze ha una conto in sospeso con la modernità

Ho avuto l’onore di vedere una mia frase apposta come epigrafe del libro di Francesco Recami, “Prenditi cura di me” (Sellerio, Palermo, 2010), un bel romanzo dello scrittore fiorentino, candidato quest’anno al premio “Strega”. La frase è la seguente: “Firenze ha un conto in sospeso con la modernità” ed era l’incipit di un mio testo di introduzione ad un volume del Comune di Firenze sull’architettura moderna a Firenze (“Verso la città moderna”). Il testo era abbastanza complesso e partiva dalla polemica che negli anni ’30 aveva dilaniato la città intorno al concorso che portò a scegliere per la nuova stazione ferroviaria di Firenze il progetto del gruppo di Giovanni Michelucci: allego l’intero testo per chi volesse leggerlo. Michelacci era il campione dell’architettura razionalista,in totale e concettuale rottura con il neoclassicismo, vera e propria bandiera del regime fascista e una parte degli intellettuali italiani. Ma, come cerco di evidenziare nel mio testo, lo scontro non è solo sull’architettura ma esso riguarda tutta la cultura, direi la concezione della società. Da lì, da quello scontro che pure la modernità vinse, Firenze non riesce più ad interpretare in modo audace e creativo la modernità.
Francesco Recami, in una sua intervista su “la Repubblica”, dice che la mia frase è banale e, forse, estrapolata dal contesto può anche esserlo. Il fatto è che il bel romanzo di Recami si svolge nelle periferie, quelle sì banalissime, di Firenze. Recami traccia un parallelo fra il corpo malato, morente, della mamma del protagonista del suo romanzo e il corpo urbanisticamente malato di Firenze. Penso che abbia ragione. Nel mio piccolo, alla fine degli anni ’80 mi impegnai contro il progetto di urbanistica contrattata Fiat-Fondiaria che, a mio avviso e secondo quello di molti altri (peraltro la maggioranza del congresso dell’allora PCI di Firenze), era una sorta di tumore in una delle parti ancora sane della città. Nel corso degli anni, poi, purtroppo la crescita urbanistica della città in quell’area è avvenuta in modo disordinato, senza un disegno, completamente distaccato dalla modernità che in altre città europee ha dato una nuova identità alle città, producendo zone caratterizzate da funzioni banali (perlopiù il consumo, con i grandi e anonimi centri commerciali), cementificando le poche aree libere e lasciando orrendi e banali immobili come la Scuola Sottoufficiali dei Carabinieri (oggetto delle indagini della magistratura). Insomma, anche questa occasione della citazione di Recami, a me totalmente sconosciuta fino a pochi giorni fa, è occasione per una riflessione sulla città. In ogni caso un libro davvero bello quello di Recami.

Ho avuto l’onore di vedere una mia frase apposta come epigrafe del libro di Francesco Recami, “Prenditi cura di me” (Sellerio, Palermo, 2010), un bel romanzo dello scrittore fiorentino, candidato quest’anno al premio “Strega”. La frase è la seguente: “Firenze ha un conto in sospeso con la modernità” ed era l’incipit di un mio testo di introduzione ad un volume del Comune di Firenze sull’architettura moderna a Firenze (“Verso la città moderna”). Il testo era abbastanza complesso e partiva dalla polemica che negli anni ’30 aveva dilaniato la città intorno al concorso che portò a scegliere per la nuova stazione ferroviaria di Firenze il progetto del gruppo di Giovanni Michelucci: allego l’intero testo per chi volesse leggerlo. Michelacci era il campione dell’architettura razionalista, in totale e concettuale rottura con il neoclassicismo, vera e propria bandiera del regime fascista e una parte degli intellettuali italiani. Ma, come cerco di evidenziare nel mio testo, lo scontro non è solo sull’architettura ma esso riguarda tutta la cultura, direi la concezione della società. Da lì, da quello scontro che pure la modernità vinse, Firenze non riesce più ad interpretare in modo audace e creativo la modernità.

Francesco Recami, in una sua intervista su “la Repubblica”, dice che la mia frase è banale e, forse, estrapolata dal contesto può anche esserlo. Il fatto è che il bel romanzo di Recami si svolge nelle periferie, quelle sì banalissime, di Firenze. Recami traccia un parallelo fra il corpo malato, morente, della mamma del protagonista del suo romanzo e il corpo urbanisticamente malato di Firenze. Penso che abbia ragione. Nel mio piccolo, alla fine degli anni ’80 mi impegnai contro il progetto di urbanistica contrattata Fiat-Fondiaria che, a mio avviso e secondo quello di molti altri (peraltro la maggioranza del congresso dell’allora PCI di Firenze), era una sorta di tumore in una delle parti ancora sane della città. Nel corso degli anni, poi, purtroppo la crescita urbanistica della città in quell’area è avvenuta in modo disordinato, senza un disegno, completamente distaccato dalla modernità che in altre città europee ha dato una nuova identità alle città, producendo zone caratterizzate da funzioni banali (perlopiù il consumo, con i grandi e anonimi centri commerciali), cementificando le poche aree libere e lasciando orrendi e banali immobili come la Scuola Sottoufficiali dei Carabinieri (oggetto delle indagini della magistratura). Insomma, anche questa occasione della citazione di Recami, a me totalmente sconosciuta fino a pochi giorni fa, è occasione per una riflessione sulla città. In ogni caso un libro davvero bello quello di Recami.

Cari democratici

Cari democratici, se continuiamo in questa deriva autoreferenziale, ci portano via di peso! I cittadini non ci capiscono più (e come dar loro torto?) e ce lo dicono chiaramente ad ogni tornata elettorale. “Renziani”,  “antirenziani”, “nuovismo”, “caminetti”, “componenti”, tutta roba incomprensibile e inconcepibile. Ma che vuol dire? Con quale metro si misura il tasso di nuovismo? Come si misura la distanza da Renzi? Quali sono le coordinate della mutevole geografia interna? Ma soprattutto, chi se ne frega! Voglio dire, se continuiamo ad arrotolarci su questi temi esiziali e pasturiamo i giornali con questo gossip politico di provincia, i cittadini continueranno sempre più a considerarci come omini verdi con le antenne venuti da Marte, mentre loro si confrontano ogni giorno con la dura realtà del presente, le incertezze del futuro o con progetti innovativi di cambiamento della società che sempre meno passano per la politica.
Non ci consoliamo snocciolando percentuali elettorali che propongono l’effetto Fata Morgana per cui il Pd in provincia va bene, mentre stenta a Firenze:è una pericolosa illusione, giacché ovunque – anche nei Comuni dell’area metropolitana – migliaia di cittadini, esseri umani non astratte percentuali, decidono di non votarci più. In misura crescente decidono di votare IdV e Lega Nord perché li percepiscono come partiti identitari, netti nelle loro opzioni. Ma molti di più non ce la fanno e semplicemente non votano e, francamente, la considero opzione peggiore per la nostra democrazia. Dalle elezioni europee  a quelle regionali sono 164.210 gli elettori toscani che hanno deciso di non votare più il Pd e rispetto alle politiche 2008 sono 469.179: nel giro di due anni il Pd ha quasi dimezzato i suoi voti. A Firenze va pure peggio: fra il 2008 e il 2010 il Pd passa da 113.556 voti a 54.833 (ma anche in Comuni della provincia da percentuali “emiliane” il Pd perde in termini assoluti circa il 35-40% dei suoi voti).
Se continuiamo a rappresentarci come di una serie di consorterie in eterno conflitto interno per questioni di potere, di posizionamento di singoli che una volta seduti su una poltrona si preoccupano solo di organizzarsi per sedersi nella prossima poltrona più alta, segneremo la decadenza di un progetto politico e l’impoverimento della democrazia stessa. Sarebbe meglio impegnarci tutti a restituire alla politica la funzione luogo privilegiato per la promozione dell’interesse generale, facendo del Pd inequivocabilmente il partito dei diritti, delle regole, della giustizia, dello sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile, della cultura.
Simone Siliani

Cari democratici, se continuiamo in questa deriva autoreferenziale, ci portano via di peso!
I cittadini non ci capiscono più (e come dar loro torto?) e ce lo dicono chiaramente ad ogni tornata elettorale. “Renziani”,  “antirenziani”, “nuovismo”, “caminetti”, “componenti”, tutta roba incomprensibile e inconcepibile. Ma che vuol dire? Con quale metro si misura il tasso di nuovismo? Come si misura la distanza da Renzi? Quali sono le coordinate della mutevole geografia interna? Ma soprattutto, chi se ne frega!
Voglio dire, se continuiamo ad arrotolarci su questi temi esiziali e pasturiamo i giornali con questo gossip politico di provincia, i cittadini continueranno sempre più a considerarci come omini verdi con le antenne venuti da Marte, mentre loro si confrontano ogni giorno con la dura realtà del presente, le incertezze del futuro o con progetti innovativi di cambiamento della società che sempre meno passano per la politica.

Non ci consoliamo snocciolando percentuali elettorali che propongono l’effetto Fata Morgana per cui il Pd in provincia va bene, mentre stenta a Firenze: è una pericolosa illusione, giacché ovunque – anche nei Comuni dell’area metropolitana – migliaia di cittadini, esseri umani non astratte percentuali, decidono di non votarci più. In misura crescente decidono di votare IdV e Lega Nord perché li percepiscono come partiti identitari, netti nelle loro opzioni. Ma molti di più non ce la fanno e semplicemente non votano e, francamente, la considero opzione peggiore per la nostra democrazia. Dalle elezioni europee  a quelle regionali sono 164.210 gli elettori toscani che hanno deciso di non votare più il Pd e rispetto alle politiche 2008 sono 469.179: nel giro di due anni il Pd ha quasi dimezzato i suoi voti. A Firenze va pure peggio: fra il 2008 e il 2010 il Pd passa da 113.556 voti a 54.833 (ma anche in Comuni della provincia da percentuali “emiliane” il Pd perde in termini assoluti circa il 35-40% dei suoi voti).

Se continuiamo a rappresentarci come di una serie di consorterie in eterno conflitto interno per questioni di potere, di posizionamento di singoli che una volta seduti su una poltrona si preoccupano solo di organizzarsi per sedersi nella prossima poltrona più alta, segneremo la decadenza di un progetto politico e l’impoverimento della democrazia stessa. Sarebbe meglio impegnarci tutti a restituire alla politica la funzione luogo privilegiato per la promozione dell’interesse generale, facendo del Pd inequivocabilmente il partito dei diritti, delle regole, della giustizia, dello sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile, della cultura.

Simone Siliani

San Suu Kyi
Questo sito è dedicato a lei