Sostiene
Morrocchi (Tabucchi mi perdoni!) che la sinistra dovrebbe smettere di
combattere i ricchi (e di auspicare di vederli piangere) ma dovrebbe
invece concentrarsi a combattere la povertà. Un programma
interessante, che fu fatto proprio dal New Labour inglese e che, come
con rigore e acutezza segnala Morrocchi, è oggetto di discussione in
quel partito. Ma il progetto poteva funzionare in un universo
economico in espansione, nel quale la produzione di ricchezza non
sembrava aver alcun limite: ormai un’era geologica fa. Sì, perché
intanto è intervenuta una rivoluzione che ci obbliga ad una
prospettiva assai diversa su questo universo. La lezione che dovremmo
trarre da questa crisi è che abbiamo vissuto nell’illusione che
l’universo economico si stesse espandendo all’infinito, ma in verità
la diffusione della ricchezza era fondata su un’economia finanziaria
drogata e fittizia che ha abbagliato privati (che hanno scambiato
debito per benessere) e pubblico (che ha scambiato spesa pubblica e
consenso immediato per debito sovrano). Mentre si creava questa
complessa impalcatura da Truman
Show
si sono concentrate ricchezze reali enormi (perlopiù patrimoni)
nelle mani di pochi e si è consolidata la dipendenza del sistema che
produce beni e servizi concreti al sistema finanziario, che ha
utilizzato le banche trasformandone la loro missione fondativa
(tutela del risparmio e alimentazione del sistema produttivo
attraverso la funzione creditizia) in quella surrettizia ma ormai
prevalente di moltiplicatori, circolatori prestidigitatori di titoli
e prodotti finanziari sul mercato globale. Ora che il gioco è
scoperto ed è chiaro che l’economia reale è migliaia di volte
inferiore a quella finanziaria (con la quale non si può più
gonfiare un sistema a dismisura), ci viene detto che bisogna salvare
il sistema finanziario (“rassicurare i mercati”) e il suo braccio
armato (le banche che, come ha recentemente scoperto l’agenzia USA di
revisione della spesa ha beneficiato, oltre che dei 950 miliardi di
dollari della “manovra” Obama, anche di 16.000 miliardi di
dollari elargiti dalla Federal Reserve, cioè sempre dallo Stato) ché
altrimenti tutto il sistema produttivo e sociale crollerebbe. E a
pagare il salvataggio, intanto, sono i non-ricchi; due volte, la
prima perché rischiano o perdono lavoro e tutele, la seconda perché
è tanto più facile e redditizio (data la loro trasparenza sullo
scenario fiscale e il loro largo numero) prelevare da loro con le più
creative manovre. Così, però, come ci dice l’Istat, i non-ricchi
rischiano di ingrossare le fila dei poveri. E, inoltre, non si
rilancia lo sviluppo e, quindi, si compromette il futuro di giovani e
meno-giovani: intere generazioni che rischiano di perdersi. Ecco,
allora, che cade il programma del mio amico Morrocchi giacché oggi,
hic et nunc,
in questo universo economico che non si espande più ed è semmai in
contrazione, combattere la miseria significa, concretamente, spostare
un po’ di ricchezza da chi ne ha accumulata molta su nuovi sistemi di
welfare pubblici (cambiandone con coraggio l’impianto) per garantire
un minimo di futuro e migliorare la qualità della vita dei
non-ricchi, come ha scritto ieri su “la Repubblica” Barbara
Spinelli. E alleggerire un po’ la pressione sui non-ricchi. Ora
questo significa, ahimé, combattere i ricchi, cioè far fare un
bagno di sano realismo anche a loro: non è più sostenibile un
sistema così squilibrato, forse anche per loro, in ogni caso per la
società nel suo complesso. E le istituzioni pubbliche della
democrazia esistono per occuparsi del tutto, non del particolare.
Dunque, alla sinistra – realista, riformista, chiamatela un po’ come
vi pare – spetta questo compito storico oggi, dentro il tempo, non
breve e non facile, della crisi.
Simone
Siliani
(pubblicato il 31 dicembre 2011 sul Nuovo Corriere di Firenze, in risposta all’articolo di Michele Morrocchi pubblicato il 30.12.2011
“
Abbiamo, dunque, il teatro. Senza campanilismo provinciale, il più bello e tecnicamente riuscito d’Italia e fra i primi in Europa. La sua imponenza esterna e la calda intimità interna ne fanno un miracolo materico paradossalmente perfetto per contenere, raccogliere la più incorporea delle arti: un ossimoro vivente che sembra fatto apposta per direzioni così essenziali, intime, composte eppure potenti come quella di Abbado della nona sinfonia di Gustav Mahler. La potenza della musica si manifesta in quell’esaurirsi impercettibile del mondo e così si risolve il problema della sinfonia (ben oltre il dibattito cui pure Mahler, insieme a Bulow, dette vita): “un mondo costruito con i suoni” che, nel nuovo tempio fiorentino della musica, si spegne trascinando suono, luce, colore, vite con sé. Il silenzio in cui finisce il mondo mahleriano è esaltato, forse ancor più dell’imponenza orchestrale del grande boemo, proprio da questa struttura fiorentina. Fra pochi giorni anche il teatro si spegnerà per essere completato e riaperto fra un anno (almeno questo è l’obiettivo che il sindaco si è posto) dispiegando così tutte le sue potenzialità. Mi dispiace dover tornare pesantemente sulla terra, distaccandomi dagli echi dell’ultimo movimento della sinfonia mahleriana che Leonard Bernstein paragonò ad uno stato di meditazione trascendentale, ma la questione del progetto di gestione della nuova struttura resta squadernato e irrisolto davanti a noi. Possiamo utilizzare questo anno di lavori per metterlo a punto. Solo esso ci dirà se l’investimento fatto nel teatro sarà un’occasione di sviluppo per tutta la città e la regione o, invece, una pesante pietra al collo di una Fondazione, quella del Maggio Musicale Fiorentino, che a stento sopravvive economicamente a se stessa. Questa non è una opera pubblica come altre ben più banali e semplici: su un’autostrada, in sé opera pubblica banalissima eppure così tanto ambita, basta metterci su il maggior numero di macchine paganti possibili e il gioco è fatto. Ma qui ci vuole uso intenso e qualità, cura e decisione, innovazione continua nell’offerta e attenzione ai molteplici fattori di costo, proiezione internazionale e riguardo ai locali che devono vivere questo spazio, consapevolezza dell’eccellenza e parsimonia nella gestione quotidiana. Insomma un complicato e delicato equilibrio che non può essere affidato all’improvvisazione o soltanto all’esperienza che il Maggio pure detiene. Si è, come spesso succede in questa nostra città, discusso sulla superficie della cosa: il nome, le presenze VIP all’inaugurazione, la vicenda giudiziaria, i costi di realizzazione. Ora è tempo di scendere in profondità e toccare la carne viva di questa straordinaria opportunità e lavorare a risolvere il tema dei modi e delle forme della gestione del nuovo teatro, per evitare che si trasformi fra qualche anno in un incubo.

Il ragionier Casseri, omicida dei due cittadini senegalesi Samb Modou e Diop Mor, era il Mr.Hyde, cioè la versione riprovevole e anche abominevole, del doctor Henry Jekyll che vive ordinariamente fra noi e dentro di noi. Se non comprendiamo il legame indissolubile ancorché recondito che c’è fra il gesto estremo e violento di razzismo (che sbrigativamente bolliamo come folle) e la quotidiana acquiscienza verso il discorso protorazzista dello stigma e della paura per la diversità che sta dominando le nostre esistenze, rischiamo di assistere inermi alla sempre più frequente trasformazione di Jekyll in Hyde. Forse ricorderete il fortunato film di Philippe Lioret, 
Dopo la tramvia, il nuovo teatro lirico-sinfonico (o Parco della Musica o … non ha ancora neppure un nome!) è la maggiore opera pubblica realizzata a Firenze negli ultimi 10 anni. Due impegni, assunti e portati avanti da tre sindaci, gravosi per le casse comunali, finalizzati entrambi a riqualificare aree importanti del tessuto urbano e a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Ma a differenza della tramvia che, una volta realizzata, presenta una gestione tutto sommato non complessa (sappiamo fin dalla progettazione quanto personale impiega, quanto costa la gestione ed è agevole calcolare il 








San Suu Kyi

